Negli ultimi mesi il comparto del riciclo della plastica in Italia ha raggiunto un punto di rottura che molti esperti definiscono “storico”. Gli impianti di selezione e rigenerazione, dopo anni di sopravvivenza sotto pressione, stanno fermando l’attività — e con loro rischia di collassare un’intera filiera strategica per l’economia circolare e la decarbonizzazione. Le ragioni sono molteplici e gravi, ma il dato più allarmante è che senza interventi urgenti il sistema non può reggere.
Le cause di un collasso annunciato
Costi energetici insostenibili
Il riciclo della plastica è un processo ad alta intensità energetica. Secondo Assorimap — l’associazione che rappresenta circa il 90% dei riciclatori e rigeneratori plastici italiani — il costo di produzione della materia prima seconda (MPS), ossia la plastica riciclata, è esploso a causa dei rincari energetici.
Questo gap rende l’attività sempre meno sostenibile: l’energia, infatti, incide in modo rilevante sul costo finale, schiacciando i margini delle aziende.
Concorrenza da import
Accanto al costo dell’energia, c’è la concorrenza della plastica vergine e riciclata importata da paesi extra-UE a prezzi molto più bassi. Queste importazioni – spesso con tracciabilità “opaca” e standard ambientali meno stringenti – hanno destabilizzato il mercato europeo e nazionali.
Secondo Assorimap, la produzione europea di plastica riciclata non riesce più a competere con polimeri importati a costi stracciati.
Prezzo del riciclato in caduta libera
Il prezzo del PET riciclato, una delle plastiche più importanti nella filiera, è ormai così alto rispetto a quello vergine da rendere l’operazione di riciclo poco competitiva. Assorimap segnala un prezzo attuale del PET riciclato compreso tra 1.400 e 1.500 €/tonnellata, mentre la plastica vergine prodotta in Europa costa meno (tra 800 e 900 €/t) e all’estero è ancora più economica (anche 500 €/t).
Questo scarto rende arduo per i rigeneratori trovare clienti disposti a pagare per la plastica riciclata.
Perdite economiche e utili al lumicino
Il bilancio del settore è diventato drammatico. Secondo dati di Assorimap, le imprese del riciclo hanno perso il 30% del fatturato dal 2022, mentre gli utili, al netto delle attività integrate, sono precipitati: da 155 milioni nel 2022 a 6 milioni nel 2023, con la previsione di arrivare a zero nel 2025.
Sovraccarico degli impianti e saturazione dei piazzali
Gli impianti di selezione e stoccaggio sono arrivati al limite. In alcune regioni — in particolare in Sicilia e Sardegna — molti centri non accettano più nuovi conferimenti di plastica raccolta nei Comuni. Questo blocco a valle ha conseguenze immediatamente concrete: i piazzali dei selezionatori sono già saturi, senza la lavorazione dei lotti il sistema di raccolta differenziata rischia di paralizzarsi.
Normative e mercato poco favorevoli
Le associazioni di categoria (28 nazionali e transnazionali) chiedono misure politiche chiare: maggiori controlli doganali sulle importazioni, incentivi fiscali, certificati per chi produce da plastica riciclata, e misure che favoriscano l’Ecodesign. La mancanza di regole uniformi e una concorrenza sleale mettono a rischio non solo il riciclo, ma la transizione verso un’economia circolare vera.
Un focus sui dati
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350 imprese: il settore del riciclo della plastica in Italia è composto da circa 350 aziende, secondo Assorimap.
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10.000 addetti: il comparto impiega circa diecimila persone.
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1,8 milioni di tonnellate: è la capacità installata di riciclo di plastica in Italia.
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Utile al collasso: utili del settore — escludendo le attività integrate — sono passati da 155 M€ nel 2022, a 6 M€ nel 2023, con proiezione a zero nel 2025.
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Fatturato in calo: diminuito del 30% a partire dal 2022.
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Prezzo PET riciclato: 1.400–1.500 €/tonnellata.
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Prezzo PET vergine (UE): 800–900 €/tonnellata; in paesi extra-UE ancora più basso (es. 500 €/t) secondo Assorimap.
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Impianti europei chiusi: circa 40 chiusure tra Regno Unito e Paesi Bassi segnalate da Assorimap.
Conseguenze immediate e rischi per il futuro
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Paralisi della raccolta differenziata: se gli impianti non ritirano più la plastica, i centri di stoccaggio si saturano e i Comuni non sapranno più dove conferire — in alcune zone la raccolta è già rallentata o sospesa.
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Emergenza igienico-sanitaria: l’ANCI regionale della Sicilia ha lanciato l’allarme per rischi legati a incendi o esplosioni nei piazzali troppo pieni.
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Perdita di una filiera strategica: il riciclo della plastica è cruciale per l’economia circolare e la decarbonizzazione; senza misure, la sua tenuta è compromessa.
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Pressione sulla politica: Assorimap ha convocato tavoli con il governo (Mase e MIMIT) e avanzato richieste di interventi urgenti — ma finora mancano risposte concrete.
Cosa chiedono le Associazioni di categoria
Le proposte di Assorimap e delle associazioni di categoria sono chiare e urgenti:
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Anticipo dell’obbligo di riciclato negli imballaggi: per creare domanda interna stabile.
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Crediti di carbonio per chi produce materia prima seconda, riconoscendo il valore ambientale.
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Certificati bianchi, per premiare l’efficienza energetica delle imprese che riciclano.
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Controlli doganali rigorosi: per filtrare l’ingresso di plastica importata a basso costo e non tracciata.
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Norme “mirror”: imporre agli importatori gli stessi obblighi ambientali che valgono per la plastica prodotta in Ue.
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Investimenti in infrastrutture: potenziare la raccolta, la selezione e il riciclo in Italia per far fronte al carico.
Conclusione
La crisi del riciclo della plastica in Italia non è un semplice problema industriale, ma un’emergenza sistemica: stiamo assistendo alla paralisi di una filiera che non può essere sacrificata senza conseguenze sociali, ambientali ed economiche. Se il governo e l’Unione Europea non intervengono con misure concrete — sostegno finanziario, regolamentazione più severa, incentivi al riciclo — il rischio è che un motore dell’economia circolare vada in panne, con ripercussioni su Comuni, cittadini e sul sistema-paese nel suo complesso.










